Educazione interculturale

In questi ultimi anni, specialmente considerando le numerose trasmissioni ed i sempre più numerosi casi di cronaca attuale che si occupano di immigrazione, è necessario, se non obbligatorio, parlare di tematiche ricorrenti come il razzismo, il principio di uguaglianza e di autodeterminazione dei popoli. Ma procediamo con calma, di modo da comprendere cosa si intende per educazione interculturale, e come si è giunti a questa definizione.

Non è raro, infatti, sentir spesso parlare di immigrati di seconda generazione, così come non è del tutto casuale vedere, nella stessa classe, così come in ogni ambiente, persone appartenenti a culture totalmente diverse, e piuttosto che focalizzarsi su ciò che ci porta ad essere diversi, sarebbe più opportuno comprendere non solo quali sono i punti in comune fra due identità sociali diverse.

Soprattutto qual’è il luogo di origine di queste differenze, e studiare sufficientemente la storia, per avere una maggiore percezione di cosa significhi, per coloro accanto a noi, essere discriminati senza un motivo logico, ma solo per ciò che appare.

I primi immigrati siamo stati noi

Ebbene, questa definizione, per quanto non sia reale nel vero senso della parola, è da intendere parzialmente in senso lato: nei primi anni Dieci, infatti, moltissimi furono coloro che partirono dall’Italia per trovare fortuna in America, venendo considerati brutti, sporchi e cattivi da coloro che vivevano da molti secoli prima in quella terra, ossia gli statunitensi. Infatti, in un documento esposto al Congresso degli Stati Uniti d’America, si definiva l’immigrazione italiana come una vera e propria piaga, come riportato qui:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.”

A sentire queste parole oggi, sembrerebbe che si stia parlando di coloro che arrivano sui barconi sulle coste della nostra nazione, non si immaginerebbe mai che si stesse parlando invece proprio di noi italiani, specialmente in un’epoca come questa, in cui il dibattito sul tenere aperti i porti nei riguardi di coloro che provengono da realtà decisamente più difficoltose e disagiate della nostra.

Ma non intendo dilungarmi trattando un tema così vasto e di spinosa trattazione come il razzismo nel nostro Paese, in questi anni. Senza dover scomodare esempi aberranti, come quello di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, è sufficiente leggere quelle poche righe riportate in sovrimpressione, per comprendere quanto ciò possa essere considerato a tuttora attuale, nonostante siano passati poco più di cent’anni.

Proprio per questo, per evitare che si potessero verificare nuovamente episodi con la stessa matrice, seppur molto meno violenti, si è arrivati a parlare di tematiche come l’uguaglianza, il principio di integrazione delle minoranze e, per l’appunto, dell’educazione interculturale. Questo concetto, fondamentale per quanto riguarda i tempi moderni, dovrebbe essere insegnato sin dalla giovane età, non solo all’interno delle istituzioni scolastiche, ma anche a partire dal nucleo familiare.

Gli immigrati di seconda generazione

Come detto prima, ai primi italiani che si recarono in America in cerca di miglior fortuna, tentando forse di rincorrere quello che era il Sogno Americano, ha portato alla nascita di una minoranza, in realtà estremamente folta, di persone che, pur avendo origini italiane, ricevettero la cittadinanza americana, essendo nati su territorio americano.

Costoro, dunque, possono essere considerati come immigrati di seconda generazione, ossia coloro che sono figli di coloro che sono stati immigrati. Spesso, si dice che ogni famiglia abbia uno zio in America, e per quanto possa apparire come un detto popolare, questo è forse uno di quelli più veritieri.

Allo stesso modo, coloro che hanno avuto figli in Italia, pur essendo nati e cresciuti in altri Paesi, in misura maggiore l’Africa, l’Asia, il Sud ed il Centro America, possiedono una cultura differente, dipendente dai differenti contesti sociali, culturali e politici che hanno caratterizzato la loro crescita e la loro maturazione come esseri umani.

Un esempio pratico, ad esempio, potrebbe essere quello di coloro che, pur essendo nati da genitori stranieri, siano italiani a tutti gli effetti, perché cresciuti come tali ed in un contesto in cui, non conoscendo in modo profondo le proprie origini, si confrontano con la realtà nella quale vivono, e gli potrebbe addirittura parere curioso venire a conoscenza che nel Paese di origine dei propri genitori esistono differenti convenzioni sociali, totalmente contrapposte a quelle con cui sono effettivamente cresciuti.

L’educazione interculturale

In virtù di quanto appena detto, pur consapevoli che questa è solo una minima parte di ciò che ha portato alla necessità della nascita di un concetto profondamente complesso e ricco di sfaccettature come l’educazione interculturale, è giusto porsi la domanda centrale di questo argomento. Pur avendolo potuto intuire, cosa si intende nella pratica con questo appellativo?

L’educazione interculturale è un processo di natura pedagogica volto alla comprensione degli aspetti che possano essere comuni a culture differenti ed alla valorizzazione degli aspetti che portano ad una differenza, evidente o meno, fra queste; il messaggio che si intende veicolare nel momento in cui si tratta quest’argomento è quello di cogliere l’opportunità derivante dalla possibilità di confrontarsi su ciò che caratterizza profondamente una cultura, come ad esempio il folklore, le tradizioni, le convenzioni sociali e molto altro.

In virtù di ciò, il fine che si pone l’educazione interculturale è visibilmente pedagogico, e deriva da un profondo studio sociologico sui differenti ceppi culturali e sulla natura originale degli stessi, giungendo alla conclusione che anche culture profondamente diverse possono avere origine dallo stesso ceppo, linguistico o geografico, specialmente in base alle epoche storiche prese in considerazione.

Si vuole dunque educare, sin dal principio, i più giovani alla piena consapevolezza che il concetto di monocultura è in realtà falso, ossia che la conoscenza di ciò che è diverso porta non solo ad un profondo arricchimento personale, ma anche alla possibilità di comprendere maggiormente quelle che sono le origini della propria cultura.

Tutto questo avendo piena consapevolezza che per quanto si possa avere una propria cultura, che potremmo definire come dominante, l’influenza di una serie di culture esterne non porta ad un annichilimento o ad un indebolimento delle proprie radici, ma ad un grande arricchimento non solo della propria persona, ma alla possibilità di allargare gli orizzonti della propria mente e della propria coscienza, instillando nei più giovani la consapevolezza che è opportuno aprirsi al dialogo, piuttosto che restare convinti, nella propria ignoranza, che la propria cultura sia superiore a quella degli altri.

Infatti, il concetto di interculturalità, derivante anche dalla cross-correlazione di culture che all’apparenza non hanno elementi in comune, è quello che ha portato alla nascita di ciò che oggi rappresenta e porta avanti l’educazione interculturale, vista non solo come un impegno che dovrebbe essere pedagogicamente portato avanti da tutti coloro che rivestono il ruolo di educatori ai più giovani, ma anche come una forma di promozione dello sviluppo personale di tutti coloro che, approcciandosi al mondo, hanno la possibilità di crescere giorno dopo giorno.

Specialmente in virtù della straordinaria occasione che oggi si ha, potendosi confrontare con persone con culture completamente diverse, o che hanno genitori o parenti con radici decisamente differenti, vivendo il confronto come un modo per arricchirsi ulteriormente.

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